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Arte universale o punto di vista parziale?

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Arte universale o punto di vista parziale

Perché nei musei vediamo gli stessi nomi? E perché sono quasi tutti uomini bianchi europei?

Quando pensiamo ai “grandi artisti”, ci vengono in mente Michelangelo, Picasso, Van Gogh, Caravaggio. Dobbiamo chiederci, però, come mai le artiste sono così poco visibili nella lista.
La risposta sta in una parola che contiene dinamiche culturali profonde: il canone. Il canone artistico non è semplicemente un elenco dei “migliori” artisti della storia. È molto di più: è una narrazione costruita nel tempo che legittima un’identità culturale e politica specifica. Funziona come la spina dorsale della nostra eredità culturale, selezionando chi merita di essere studiato, ricordato, celebrato.
Griselda Pollock, una delle voci più autorevoli degli studi femministi nell’arte, ci aiuta a capire come il canone operi su più livelli: da un lato stabilisce la presunta “qualità” universale delle opere, dall’altro conferisce uno status che ne determina il valore estetico. In altre parole: decide cosa è Arte con la A maiuscola e cosa no.
Chi costruisce il canone? Non è un processo naturale o neutrale. Sono le istituzioni a costruirlo: musei, gallerie, case editrici, programmi di studio. E anche gli artisti stessi, quando scelgono i loro “maestri” e predecessori. Quando gli artisti – donne, non europei – vengono sistematicamente lasciati fuori dai documenti storici e ignorate come parte dell’eredità culturale, il canone diventa sempre più limitato e limitante. Generazione dopo generazione, questo filtro riduce le possibilità culturali invece di ampliarle.
E qui emerge un aspetto cruciale: la discriminazione di genere ed etnica influenza profondamente gli standard che assimiliamo durante il nostro processo di acculturazione.

Non stupisce che chi si sente marginalizzato e privato di una storia culturale riconosciuta abbia iniziato a interrogare questo paradigma. La critica femminista degli anni Novanta ha messo in discussione questo modello, evidenziandone la natura selettiva e le sue implicazioni politiche.
Il problema dell’assenza va oltre la mancanza di rappresentazione. Quanto non ti vedi riflessa nella storia che hai abitato, diventa difficile mettere in discussione gli stereotipi e le narrazioni che sono state canonizzate come universali. Bisogna riconoscere e nominare con il loro nome certi squilibri.
Ma attenzione, Pollock ci invita a riflettere riguardo possibili soluzioni: non basta contrapporre alla successione patrilineare padre-figlio una contro-storia matrilineare madre-figlia. Non basta invocare la voce della Madre per opporsi al testo del Padre.
Creando canoni o narrazioni alternative si rischia di replicare il potere stesso che si vuole trasformare. Perché? Perché rimarrebbe la stessa struttura, la stessa logica di inclusione/esclusione. Cambierebbero i nomi, non il sistema.
Serve una rilettura che riscopra gli intrecci tra arte e dinamiche di potere della cultura. Non si tratta di difendere una “verità” contro un’altra, con gli uomini bianchi occidentali da una parte – gli insider – e tutti gli altri dall’altra – gli outsider. Questa divisione rischia di marginalizzare ulteriormente chi è già escluso.
La domanda che la studiosa pone è stimolante: come fare la differenza attraverso la differenza? Come usare la posizione di apparente alterità per ripensare le opposizioni stesse – dentro/fuori, norma/differenza – e dare voce a ciò che, nonostante sia stato messo in secondo piano, è sempre stato presente come forza alternativa?

Il primo passo è riconoscere la natura di mito insita nel canone. Questo aiuta a evitare di cadere nella trappola di discutere all’infinito su “chi merita di entrare” nel club esclusivo dei grandi. Evita anche dibattiti circolari su concetti come “qualità” e “genio” superando le lotte culturali in merito.
Il secondo, è superare la tendenza uniformante del canone e concentrarsi sugli investimenti sociali e politici che lo rendono uno strumento di potere. Capire che il canone è una struttura discorsiva che, attraverso la selezione operata e tramandata dalla Tradizione, ha storicamente legittimato l’associazione tra mascolinità, creatività e cultura.
Studiare l’arte attraverso il discorso canonico tradizionale può significare assorbire l’idea che la mascolinità sia naturalmente legata al potere, e che arte, verità e bellezza siano identificate principalmente con questo universo.
Pollock ci invita ad osservare sia quanto viene detto nei discorsi e fatto nelle pratiche dei musei e gallerie, sia gli effetti che tutto questo produce. Come queste azioni articolano gerarchie e norme, presentando certe prospettive come “senso comune” e altre come deviazioni. Come tutto ciò che si discosta viene talvolta presentato come meno rilevante.
È un meccanismo sottile: le narrazioni e le pratiche culturali dominanti si presentano come uniche e valide per ogni epoca e contesto. E tutto ciò che viene lasciato fuori rischia la negazione o l’oblio.
Considerare la differenza uno strumento di ampliamento e condivisione dello spazio culturale fa sì che la cultura diventi un’area di occupazione multipla, dove la diversità è fattore di dialogo produttivo e collaborativo.

La storica dell’arte, insieme a Linda Nochlin e altre studiose, delinea una prospettiva interessante: una storia dell’arte che decostruisce l’approccio narcisistico e religioso che circonda la figura dell’artista. Serve una narrazione meno mitizzante e antieroica, che non si riferisca esclusivamente al lavoro degli uomini, ma che guardi alle pratiche artistiche femminili senza relegarle a eccezioni. Che riconosca privilegi storicamente connessi a certe posizioni sociali.
Ripensare il mito del “grande uomo-artista” significa riconoscere l’arte delle donne non più come esperienza aggiuntiva, ma come parte integrante di una cultura più ricca, liberata da modelli rigidi e orientata verso la collaborazione plurale.
Le studiose femministe hanno mostrato quanto il genere influisca nel mondo dell’arte, come il contesto storico-culturale faccia la differenza nel vissuto delle artiste, come la gerarchia di genere si manifesti attraverso i diversi modi in cui vengono valutate le creazioni di ciascuno. Hanno evidenziato come, troppo spesso, l’attenzione si concentri più sul loro fare come donne che sul loro fare come artiste.
Il lavoro del femminismo statunitense e britannico si è concentrato sul ripensamento dei significati culturali consolidati, quelli derivanti da miti, sessismo e razzismo. Si oppone ai sistemi e alle istituzioni culturali che li definiscono come prevalenti a livello sociale.
Ma propone anche altro. Si concentra infatti sull’espressione della creatività e della soggettività femminile, sull’affermazione di una presenza nell’arte che sia riconosciuta accanto a quella maschile. Non come aggiunta: semplicemente come parte della narrazione.
Ripensare il canone non significa solo aggiungere nomi di donne. Significa capire che la storia dell’arte che conosciamo è una versione possibile: costruita, parziale, culturalmente situata. E che affermare il loro ruolo in una cultura che hanno plasmato ci avvicina a una visione completa dell’arte.