Capitolo 5 – Pizza bianca e mortadella
Pizza bianca e mortadella
Il panino che Roma non ha mai dovuto spiegare
La pizza bianca con la mortadella non ha bisogno di presentazioni.
È una di quelle cose che a Roma esistono prima ancora di essere nominate. Se la chiami, arriva. Se non la chiami, arriva lo stesso. È una presenza costante, quasi banale, e proprio per questo fondamentale.
Pizza bianca e mortadella è stata street food molto prima che qualcuno sentisse il bisogno di darle un nome inglese. Non nasce come risposta a una moda, ma come soluzione pratica.
Pane caldo appena sfornato.
Un salume che non ha bisogno di cottura.
Fine.
Tutto il resto è sovrastruttura.
Il mondo dei forni romani
I forni romani, la mattina, sono un mondo a parte.
C’è un’ora precisa in cui la città si riempie di quell’odore inconfondibile di impasto che cuoce, di crosta che si forma, di farina che si trasforma. Le pale entrano ed escono senza sosta, metri e metri di pizza bianca vengono sfornati come se non dovessero bastare mai.
E non bastano mai davvero.
La pizza bianca nasce per essere spezzata, non tagliata. Non ha la sacralità della pizza tonda, non chiede rispetto formale.
È pane, prima di tutto.
Un pane romano, croccante fuori e vuoto dentro, fatto apposta per accogliere qualcos’altro.
La mortadella entra lì, in quello spazio ancora caldo, e fa quello che deve fare: si scalda appena, senza perdere consistenza, senza diventare protagonista assoluta.
Un equilibrio semplice
C’è qualcosa di profondamente giusto in questo incontro.
Il caldo e il freddo.
Il neutro e il sapido.
Il pane che sa di forno e il salume che sa di bottega.
È un matrimonio che non ha bisogno di essere celebrato, perché si rinnova ogni mattina.
Identico.
E sempre leggermente diverso.
Lo stesso tipo di logica che si trova in molti altri piatti romani: combinazioni semplici che funzionano perché non cercano di stupire, come succede anche nei pomodori di riso, nati con la stessa idea di praticità.
Un cibo che non chiede di sedersi
Pizza bianca e mortadella è una merenda, certo.
Ma è anche un pranzo improvvisato, una colazione tardiva, una pausa rubata.
È il cibo che mangi in piedi, appoggiato a un bancone, con il tovagliolo che serve più a non ungersi le mani che a mantenere una qualche forma di decoro.
Non c’è posa.
Non c’è messa in scena.
C’è solo l’atto di mangiare.
Per molto tempo nessuno ha sentito il bisogno di raccontarla.
Non c’erano articoli, classifiche, discussioni infinite.
Era lì.
E bastava.
La sua forza è sempre stata la trasversalità.
La mangiano tutti, allo stesso modo.
Non distingue età, mestiere, quartiere.
È uno di quei cibi che non fanno domande.
Quando qualcuno prova a complicarla
Negli ultimi anni qualcuno ha provato a complicarla.
A migliorarla.
A raccontarla come se avesse bisogno di essere legittimata.
Ma la pizza bianca con la mortadella non chiede legittimazioni.
È sopravvissuta a tutto proprio perché non ha mai cercato di diventare altro da sé.
È un cibo che accompagna la giornata senza occuparla tutta.
Non è mai il centro.
Ma senza di lei qualcosa manca.
Sta nei margini, negli intervalli, nei momenti in cui non c’è tempo per sedersi ma c’è ancora bisogno di mangiare bene.
La lezione più semplice
E forse è proprio questa la sua lezione più chiara.
Che non tutto deve essere celebrato per essere importante.
Alcune cose funzionano perché continuano a funzionare, ogni giorno, senza fare rumore.
Per approfondire la storia della pizza bianca romana e dei forni tradizionali, si può consultare anche il lavoro di ricerca gastronomica pubblicato da Slow Food Foundation:
https://www.fondazioneslowfood.com
Per altri articoli di Alfonso Iampieri https://www.iltalentodiroma.com/2023/04/09/crostata-ricotta-visciole/

