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Elsa Morante e San Lorenzo

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Elsa Morante e San Lorenzo: la costruzione di un dolore che non era il suo

 

Chi legge La Storia per la prima volta tende a immaginare che Elsa Morante abbia vissuto il bombardamento di San Lorenzo, o che quel quartiere le appartenesse per biografia diretta, tanto la pagina che racconta il 19 luglio 1943 è scritta con una precisione fisica quasi insostenibile — le vie ridotte a montagne di macerie, un cavallo morto con la testa ancora adorna di un pennacchio nero tra corone di fiori sfrante. Non è così. Morante nacque nel 1912 nel quartiere Testaccio, non a San Lorenzo, e durante l’occupazione nazista di Roma si rifugiò a Fondi, nel basso Lazio, lontano dalla città e dal bombardamento che avrebbe poi reso il cuore narrativo del suo romanzo più celebre. San Lorenzo, in La Storia, non è un luogo vissuto: è un luogo scelto, studiato, e ricostruito con uno sforzo di immaginazione e di documentazione che merita di essere raccontato per quello che è, senza confonderlo con la testimonianza diretta.

Una famiglia complicata fin dall’origine

Elsa nacque a Roma da Irma Poggibonsi, maestra elementare di origine ebraica modenese, e da Francesco Lo Monaco, impiegato delle poste — ma alla nascita fu riconosciuta da Augusto Morante, marito della madre e sorvegliante in un istituto di correzione per giovani, da cui prese il cognome. Crebbe a Testaccio insieme a tre fratelli, in un ambiente segnato fin dall’inizio da una complessità familiare che la biografia ufficiale tende a liquidare in poche righe, ma che nella sua narrativa torna più volte sotto forme trasfigurate. Non frequentò le scuole elementari nel modo convenzionale, iniziò a scrivere fiabe e versi da ragazzina, e abbandonò presto la casa paterna per un’indipendenza precoce, mantenendosi con lezioni private e collaborazioni giornalistiche prima ancora di pubblicare il suo primo libro.

San Lorenzo scelto, non vissuto

La Storia fu scritta tra il 1971 e il 1973 e pubblicata da Einaudi nel giugno 1974 — trent’anni dopo gli eventi che racconta. Morante non ricostruisce un ricordo personale: costruisce una geografia narrativa che comprende San Lorenzo, Pietralata, Testaccio e il ghetto ebraico romano, scegliendo ciascun quartiere per il proprio valore rappresentativo all’interno della Roma popolare colpita dalla guerra. San Lorenzo, in particolare, viene scelto come punto di partenza della vicenda proprio perché fu il quartiere più duramente colpito dal primo bombardamento alleato su Roma, il 19 luglio 1943, che causò circa millecinquecento morti nella sola zona — un evento che nella memoria collettiva romana ha assunto un peso simbolico superiore a quello di quasi ogni altro episodio bellico cittadino.

La madre di carta e la madre vera

C’è un filo biografico che lega Morante a San Lorenzo in modo indiretto ma preciso, ed è la costruzione del personaggio di Ida Ramundo, la protagonista del romanzo: una maestra elementare vedova, di origini ebraiche, che vive nel quartiere con il figlio adolescente Nino. Il mestiere e l’origine religiosa di Ida ricalcano da vicino quelli della vera madre della scrittrice, Irma Poggibonsi — maestra elementare, ebrea. È un dettaglio che i critici hanno notato da tempo: Morante non racconta la propria infanzia a San Lorenzo, che non ha mai avuto, ma trapianta l’identità professionale e religiosa di sua madre dentro un quartiere e una vicenda che sono invece frutto di ricerca e invenzione. È un atto di trasposizione, non di memoria diretta — e va detto con chiarezza, perché la potenza emotiva del romanzo ha spesso fatto scivolare lettori e critici verso l’idea di un’autobiografia mascherata che il libro, in realtà, non è.

Come si scrive un bombardamento che non si è visto

La scena del bombardamento di San Lorenzo resta una delle pagine più discusse della letteratura italiana del secondo Novecento proprio per la sua intensità visionaria: la nube di polvere che nasconde il sole, il sapore di catrame, le fiamme verso lo Scalo Merci, e in mezzo alle macerie annerite quel cavallo morto che diventa quasi un’immagine allegorica prima ancora che realistica. Morante costruisce questa scena non attingendo a un ricordo personale, ma attraverso un lavoro di documentazione e immaginazione capace di restituire un realismo fisico che molti lettori, ancora oggi, scambiano per testimonianza oculare. È forse il miglior indicatore della sua capacità come scrittrice: non aver vissuto un evento non le impedì di renderlo con una precisione che chi lo visse davvero riconobbe come vera.

Un libro pensato per chi non legge

Morante volle che La Storia uscisse direttamente in edizione economica, in brossura, a basso costo, accompagnata da una copertina con un cadavere tra le macerie e dallo slogan “Uno scandalo che dura da diecimila anni.” Scelse per l’epigrafe una dedica in spagnolo, Por el analfabeto a quien escribo — “All’analfabeta per il quale scrivo” — una dichiarazione di intenti quasi provocatoria per una scrittrice già affermata, che sceglieva così di rivolgersi esplicitamente a chi la letteratura la leggeva raramente, se non mai. Fu un successo commerciale straordinario: oltre 800.000 copie vendute nel solo primo anno.

Il libro che divise la sinistra

Ma il consenso non fu affatto unanime, e sarebbe disonesto raccontarlo come tale. Se Natalia Ginzburg, sul Corriere della Sera, lo definì il romanzo più bello del secolo, una parte consistente della sinistra intellettuale e letteraria dell’epoca lo attaccò duramente: il poeta Nanni Balestrini arrivò a definirlo una scontata elegia della rassegnazione, funzionale — a suo dire — agli interessi ideologici della classe dominante, e bollò apertamente Morante come una scrittrice mediocre. È una polemica che vale la pena ricordare per intero, perché la memoria pubblica di La Storia tende oggi a schiacciarsi sull’unanimità del capolavoro riconosciuto, dimenticando che al momento della pubblicazione il libro fu anche un campo di battaglia ideologico, non solo un trionfo di critica.

Un dolore ricostruito, non un dolore posseduto

Il rapporto tra Elsa Morante e San Lorenzo, alla fine, è utile raccontarlo così: non come la storia di una scrittrice che raccontò il proprio quartiere e la propria guerra, ma come quella di un’autrice capace di costruire, a trent’anni di distanza e senza aver vissuto quei fatti in prima persona, uno dei ritratti più duraturi che la letteratura italiana abbia mai dedicato alla sofferenza di un quartiere popolare romano sotto le bombe. Non è un dolore posseduto per esperienza diretta: è un dolore ricostruito con un rigore e un’empatia che gli hanno permesso di superare, in credibilità, gran parte della memorialistica scritta da chi quella mattina di luglio l’aveva davvero vissuta. Riconoscere questa distanza tra vita e scrittura non sminuisce il romanzo — al contrario, ne rende ancora più significativo il risultato.

In sintesi

  • Nata: Roma, 18 agosto 1912, quartiere Testaccio
  • Genitori: Irma Poggibonsi, maestra ebrea modenese; riconosciuta da Augusto Morante
  • La Storia: Scritta 1971–1973, pubblicata da Einaudi nel giugno 1974
  • Ambientazione: Roma 1941–1947: San Lorenzo, Pietralata, Testaccio, ghetto ebraico
  • Vendite: Oltre 800.000 copie nel primo anno
  • Manoscritti: Donati dagli eredi alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma

Domande frequenti

Elsa Morante viveva a San Lorenzo?

No. Nacque e crebbe a Testaccio e durante l’occupazione nazista si rifugiò a Fondi, nel basso Lazio. San Lorenzo ne La Storia è un quartiere scelto e ricostruito, non vissuto in prima persona.

Dove è ambientato il romanzo La Storia?

A Roma tra il 1941 e il 1947, principalmente a San Lorenzo, poi a Pietralata dopo il bombardamento, quindi a Testaccio, con episodi nel ghetto ebraico.

Chi è Ida Ramundo?

La protagonista de La Storia: una maestra elementare vedova di origini ebraiche, il cui mestiere e la cui origine ricalcano quelli della vera madre di Morante, Irma Poggibonsi.

Come fu accolto La Storia alla pubblicazione?

In modo molto diviso: Natalia Ginzburg lo definì il romanzo più bello del secolo, mentre parte della sinistra intellettuale, come Nanni Balestrini, lo stroncò duramente.

Perché La Storia uscì in edizione economica?

Perché Morante volle che fosse accessibile al più ampio pubblico possibile, coerentemente con l’epigrafe “All’analfabeta per il quale scrivo”.