La Città Universitaria di Roma
La Città Universitaria: un foro romano costruito nel 1935 per convincere il mondo della modernità italiana
Chi entra dal cancello principale di viale Regina Elena e cammina lungo il viale centrale della Sapienza sta, senza saperlo, ripercorrendo un asse studiato nei minimi dettagli per produrre un effetto preciso: la sensazione di attraversare un foro romano contemporaneo, non un semplice campus universitario. Davanti, in fondo al viale, la mole del Palazzo del Rettorato chiude la prospettiva. La grande piazza che si apre poco prima riprende, nelle proporzioni, il Circo Agonale di Piazza Navona, e nella forma richiama lo spazio classico del Foro. Non è un’impressione casuale: è esattamente l’effetto che il suo architetto voleva ottenere.
Sette secoli di storia in cerca di una casa
La Sapienza è una delle università più antiche d’Italia, fondata nel 1303 da papa Bonifacio VIII con la bolla In Supremae praeminentia Dignitatis. Per oltre sei secoli la sua sede storica fu il Palazzo della Sapienza, opera di Giacomo della Porta nel cuore del rione Sant’Eustachio, accanto alla chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza costruita da Francesco Borromini con la sua celebre lanterna a spirale. Ma agli inizi del Novecento quella sede, pensata per un’università di dimensioni molto più contenute, non riusciva più a contenere il numero crescente di studenti e facoltà, ormai disperse in edifici sparsi per la città.
La soluzione arrivò con il fascismo, che nel 1932 affidò all’architetto Marcello Piacentini l’incarico di progettare una nuova sede unica su un’area di circa ventidue ettari tra il Policlinico e il Cimitero del Verano, lungo la via Nomentana — a ridosso di San Lorenzo, il quartiere popolare che pochi anni dopo, nel 1943, sarebbe stato devastato dal primo bombardamento alleato su Roma. Non fu solo un progetto edilizio: fu concepito esplicitamente come vetrina della modernità del regime, in un momento in cui l’Italia fascista cercava di dimostrare, anche attraverso l’architettura, di poter competere con le grandi potenze internazionali.
Il compromesso tra rigore razionalista e grandiosità di regime
Piacentini non lavorò da solo. Attorno a sé chiamò un gruppo di architetti che rappresentava il meglio della scena italiana dell’epoca, mescolando volutamente correnti diverse: da un lato i protagonisti del razionalismo italiano, come Giuseppe Pagano — a cui fu affidato l’Istituto di Fisica — Giovanni Michelucci per Mineralogia e Geologia, Gio Ponti per la Scuola di Matematica, e Giuseppe Capponi per l’Istituto di Botanica, considerato tra i progetti più avanguardisti dell’intero complesso. Dall’altro lato, architetti più legati all’accademismo classico, come Gaetano Rapisardi e Arnaldo Foschini. Piacentini stesso firmò il Palazzo del Rettorato, il cuore simbolico dell’intero impianto.
Il risultato fu un compromesso stilistico studiato: soluzioni razionaliste convivono con un monumentalismo di ispirazione classica, in un impianto planimetrico che lo stesso Piacentini definì basilicale — una navata principale su cui si innesta un transetto trasversale, replicato da un secondo incrocio più piccolo. Dietro l’apparente rigore geometrico si nasconde anche qualche invenzione più libera, come le curve dell’edificio di Matematica di Gio Ponti, celate dietro una facciata frontale che all’apparenza sembra perfettamente regolare.
La Città Universitaria fu inaugurata il 31 ottobre 1935 alla presenza del re Vittorio Emanuele III e della famiglia reale, con cerimonie pensate per essere grandiose quanto l’edificio che celebravano. Fu pensata per accogliere tra i diecimila e i dodicimila studenti — un numero che oggi, con un ateneo che supera abbondantemente le centomila iscrizioni complessive, sembra quasi impossibile da immaginare.
Un progetto di regime che nasce accanto a un quartiere che si era opposto al regime
C’è un dettaglio che raramente viene raccontato insieme alla storia architettonica della Sapienza, ed è la collocazione stessa del progetto. Alcune ricostruzioni storiche sottolineano che la scelta di costruire la nuova città universitaria proprio a ridosso di San Lorenzo — quartiere che nel 1922 si era distinto per l’opposizione popolare alla marcia su Roma — non fosse del tutto casuale: inserire un simbolo di modernità e prestigio del regime accanto a un quartiere operaio politicamente ostile poteva rispondere anche a una logica di controllo urbano, oltre che a semplici necessità edilizie. È un’interpretazione che merita di essere presa con la cautela che merita qualsiasi lettura politica retrospettiva di una scelta urbanistica — ma è un filo che, se vero anche solo in parte, rende ancora più stridente il contrasto tra la grandiosità della nuova città del sapere e le macerie che avrebbe visto, a poche centinaia di metri di distanza, appena otto anni dopo la sua inaugurazione.
I professori che dissero no, dentro un’università costruita per dire sì
Se l’architettura della Città Universitaria fu pensata per celebrare il regime, non tutti gli intellettuali che ci lavoravano dentro erano disposti a farlo. Nell’ottobre del 1931, quando fu imposto ai docenti universitari italiani l’obbligo di giurare fedeltà al fascismo, quattro accademici della Sapienza si rifiutarono di sottoscrivere il giuramento, perdendo la cattedra: lo storico del cristianesimo Ernesto Buonaiuti, l’orientalista Giorgio Levi Della Vida, lo storico antico Gaetano De Sanctis e il matematico e fisico Vito Volterra. Erano tra le poche decine di professori, su oltre mille in tutta Italia, che scelsero di non firmare.
È una storia che si intreccia in modo scomodo con quella della nuova sede inaugurata pochi anni dopo: lo stesso ateneo che il regime volle celebrare con un complesso monumentale aveva, al proprio interno, voci che avevano già pagato personalmente il prezzo del dissenso. Lo storico Emilio Gentile ha definito il programma urbanistico e architettonico voluto da Mussolini in quegli anni come “fascismo di pietra” — un’espressione che coglie bene la tensione tra la solidità apparente di quelle architetture e la fragilità politica di chi, dentro quegli stessi edifici, provava a resistere.
Il dopoguerra: una cappella, e un ragazzo che non tornò a casa
Dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra, la Città Universitaria riprese rapidamente la propria attività, senza rinnegare l’impianto architettonico che l’aveva generata — semmai integrandolo. Nel 1947 lo stesso Piacentini, ormai reduce dalla caduta del regime che lo aveva reso uno degli architetti più potenti d’Italia, firmò su volontà di papa Pio XII la Cappella Universitaria dedicata alla Divina Sapienza, affidata dal 1958 ai padri gesuiti — un progetto che aggiungeva una dimensione religiosa a un complesso nato per celebrare, prima di tutto, il potere temporale del regime.
Ma è un altro evento, molto più drammatico, a segnare la storia politica del dopoguerra della Sapienza. Il 27 aprile 1966, durante le elezioni per il rinnovo della rappresentanza studentesca, attivisti neofascisti del gruppo universitario FUAN-Caravella provocarono violenti scontri all’interno della facoltà di Lettere e Filosofia. In quegli scontri morì Paolo Rossi, studente di architettura iscritto al Partito Socialista, precipitato da un muretto durante gli incidenti. La sua morte, avvenuta due anni prima delle contestazioni del 1968, è ricordata come uno dei momenti che accesero la stagione di mobilitazione studentesca che di lì a poco avrebbe attraversato l’intera università italiana — proprio dentro i viali disegnati da Piacentini per rappresentare ordine e grandiosità.
Oggi: la più grande università d’Europa, dentro lo stesso disegno del 1935
Novant’anni dopo la sua inaugurazione, la Città Universitaria della Sapienza resta sostanzialmente fedele all’impianto originario, nonostante gli ampliamenti e le modifiche accumulate nei decenni — nuovi edifici come l’Istituto di Farmacologia progettato da Alfredo Lambertucci e Claudio Dall’Olio, o gli interventi dell’Opera Universitaria firmati da Enrico Mandolesi. È oggi il cuore di quella che viene comunemente descritta come la più grande università d’Europa per numero di iscritti, collegata attraverso il Policlinico Umberto I e l’Ospedale Sant’Andrea a una rete assistenziale e di ricerca che si estende ben oltre i confini del campus.
Ogni mattina, decine di migliaia di studenti attraversano lo stesso asse pensato novant’anni fa per ricordare un foro romano — camminando, spesso senza saperlo, sopra la stratificazione di tutto quello che quel disegno ha attraversato: la grandiosità di un regime che voleva mostrarsi moderno, il dissenso silenzioso di chi rifiutò di piegarsi, la violenza politica che nel dopoguerra insanguinò gli stessi viali, e infine la trasformazione in uno dei più grandi presidi di formazione pubblica del paese. È forse questo il paradosso più interessante della Sapienza: un’architettura costruita per raccontare un ordine granitico e immutabile è diventata, nel tempo, il teatro di tutto ciò che quell’ordine non è mai riuscito a contenere.
In sintesi
- Dove: Piazzale Aldo Moro, quartiere Nomentano/San Lorenzo, Roma
- Inaugurazione: 31 ottobre 1935
- Progettista capofila: Marcello Piacentini
- Superficie: Circa 22 ettari
- Architetti coinvolti: Giuseppe Pagano (Fisica), Giovanni Michelucci (Mineralogia e Geologia), Gio Ponti (Matematica), Giuseppe Capponi (Botanica), Gaetano Rapisardi, Arnaldo Foschini
- Fondazione dell’ateneo: 1303, bolla di Bonifacio VIII
Domande frequenti
Chi ha progettato la Città Universitaria della Sapienza?
Marcello Piacentini, incaricato nel 1932, che coordinò un gruppo di architetti tra cui Giuseppe Pagano, Giovanni Michelucci, Giò Ponti e Giuseppe Capponi.
Quando fu inaugurata la Città Universitaria?
Il 31 ottobre 1935, alla presenza del re Vittorio Emanuele III.
Perché la Sapienza si trasferì dal centro storico?
Perché la sede storica di Palazzo della Sapienza, opera di Giacomo della Porta nel rione Sant’Eustachio, non riusciva più a contenere il numero crescente di studenti e facoltà.
Quali professori della Sapienza rifiutarono il giuramento fascista?
Nel 1931 Ernesto Buonaiuti, Giorgio Levi Della Vida, Gaetano De Sanctis e Vito Volterra rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo e persero la cattedra.
Chi era Paolo Rossi?
Uno studente di architettura iscritto al PSI, morto il 27 aprile 1966 durante scontri con attivisti neofascisti alla facoltà di Lettere: la sua morte è ricordata come uno degli episodi che accesero la mobilitazione studentesca.

