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San Lorenzo. La storia, le librerie, le biblioteche

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San Lorenzo: il quartiere che Roma non è mai riuscita a normalizzare

 

Alle undici del mattino del 19 luglio 1943, mentre le prime bombe americane cadevano sullo scalo ferroviario, San Lorenzo non sapeva ancora di essere il quartiere che sarebbe rimasto nella memoria di Roma come il primo colpito dalla guerra. Oggi, camminando tra via dei Sabelli e via degli Equi, tra un centro sociale storico e una libreria che vende anche vino naturale, quella memoria convive con tutt’altro: studenti che escono dalla Sapienza a due passi, murales che raccontano lotte più recenti, locali che aprono e chiudono al ritmo della movida. San Lorenzo è forse l’unico quartiere di Roma che non si è mai lasciato normalizzare del tutto — e capire perché richiede di tornare a quella mattina di luglio.

Un quartiere nato operaio, colpito come nessun altro

San Lorenzo nasce a fine Ottocento come quartiere popolare, costruito fuori le mura per ospitare gli operai e le famiglie che il centro storico non poteva più contenere — la stessa urgenza abitativa che a Roma, in quegli stessi decenni, avrebbe generato anche il Tiburtino di Sabbatini. Ma San Lorenzo aveva una collocazione diversa: a ridosso dello scalo ferroviario merci, denso, popolare, con una identità operaia e politica che lo ha sempre distinto dai quartieri residenziali borghesi cresciuti altrove.

Fu proprio quella vicinanza allo scalo ferroviario a renderlo, la mattina del 19 luglio 1943, l’obiettivo — seppure non dichiarato — del primo bombardamento alleato su Roma. Le bombe destinate a colpire i binari e le infrastrutture logistiche finirono per investire l’intero quartiere: palazzi interi crollati in via dei Latini, l’orfanotrofio statale di via dei Sabelli colpito in pieno con centinaia di bambini all’interno, il carcere minorile di via Rieti raggiunto, la basilica paleocristiana di San Lorenzo fuori le Mura gravemente danneggiata insieme al Cimitero del Verano accanto. Le vittime, tra morti e feriti, furono migliaia — le stime più prudenti parlano di oltre duemila morti nella sola giornata, concentrati in gran parte proprio a San Lorenzo. Fu un trauma che segnò non solo il quartiere ma la storia politica della città: quello shock, inatteso in una Roma che si credeva protetta dalla presenza del Vaticano, contribuì al crollo di consenso che portò alla caduta di Mussolini pochi giorni dopo.

Chi è sopravvissuto a quella mattina lo racconta ancora oggi come lo spartiacque che separa un San Lorenzo che non esiste più da quello ricostruito dopo la guerra — un quartiere che secondo alcuni testimoni non ha mai ricevuto, nei decenni successivi, l’attenzione istituzionale che quella ferita avrebbe meritato.

Prima ancora della guerra: il quartiere dove nacque il metodo Montessori

Trentasei anni prima delle bombe, San Lorenzo era già stato al centro di un’altra rivoluzione, silenziosa e opposta nel segno: non distruzione, ma nascita. Il 6 gennaio 1907, in via dei Marsi 58, Maria Montessori inaugurò la prima Casa dei Bambini della sua storia — l’atto fondativo di quello che sarebbe diventato il metodo educativo più esportato al mondo.

Non fu una scelta casuale. San Lorenzo, sorto tra il 1884 e il 1888 in una delle fasi più speculative dell’espansione edilizia romana, era all’epoca considerato uno dei quartieri più poveri e malfamati della capitale: case popolari costruite in fretta, analfabetismo diffuso, famiglie operaie ammassate in condizioni che la stessa Montessori descrisse come una delle piaghe della città. Fu l’ingegner Edoardo Talamo, alla guida dell’Istituto Romano dei Beni Stabili, a coinvolgerla in un progetto di riqualificazione urbana del quartiere: l’idea era creare, dentro i caseggiati popolari, uno spazio dove i figli degli inquilini potessero stare insieme invece di restare abbandonati per le scale, mentre i genitori lavoravano. Quello spazio, pensato inizialmente come soluzione pratica a un problema di ordine condominiale, diventò il laboratorio dove Montessori osservò per la prima volta ciò che avrebbe fondato il suo metodo: la straordinaria capacità dei bambini di imparare da soli, quando l’ambiente è costruito su misura per loro.

L’edificio di via dei Marsi esiste ancora oggi, quasi centoventi anni dopo, con una targa che ricorda l’inaugurazione. È un dettaglio che pochi conoscono anche tra chi vive stabilmente nel quartiere: San Lorenzo non è stato solo il luogo di una ferita di guerra, ma anche il punto d’origine di un’idea pedagogica che da qui si è diffusa in tutto il mondo — la stessa logica di riscatto attraverso la cultura e l’educazione che, in forme diverse, il quartiere avrebbe continuato a rivendicare nei decenni successivi.

La Sapienza accanto, e un’identità che cambia pelle

Nel dopoguerra San Lorenzo resta un quartiere popolare, ma la sua collocazione — a ridosso della Città Universitaria della Sapienza, inaugurata negli anni Trenta — comincia lentamente a trasformarlo. Studenti fuori sede, prime occupazioni abitative, un tessuto sociale che si mescola tra famiglie storiche del quartiere e nuovi arrivati attratti dalla vicinanza all’università. È un processo lento, che nei decenni successivi porterà San Lorenzo a diventare uno dei quartieri più politicamente attivi di Roma: sede di collettivi studenteschi, di centri sociali storici, di una tradizione di attivismo che ha attraversato gli anni Settanta fino a oggi.

Non è un caso che il documentario San Lorenzo, uomini e case, girato nel 1963, fosse costruito come una lettera aperta al Ministero dei Lavori Pubblici per denunciare l’abbandono del quartiere vent’anni dopo i bombardamenti. È un filo che si ripete nella storia di San Lorenzo: la sensazione, ricorrente in ogni generazione, che le istituzioni arrivino sempre un passo dopo rispetto a quello che il quartiere ha già vissuto e già affrontato da solo.

Muri che parlano, e una movida che divide

Camminare oggi per San Lorenzo significa attraversare pareti coperte di street art e scritte politiche che si sovrappongono nel tempo, senza che nessuna venga davvero cancellata dall’altra — uno strato sopra l’altro, come una memoria collettiva che si scrive e riscrive sugli stessi muri. È un’estetica che il quartiere non ha mai cercato di addomesticare per renderla più vendibile ai turisti, a differenza di quanto accaduto altrove a Roma con i murales diventati attrazione fotografica.

Ma è anche il quartiere della movida universitaria, con vicoli che la sera si riempiono di studenti e giovani da tutta la città, tra bar, pub e locali che negli ultimi anni sono aumentati di numero fino a generare le stesse tensioni che si vivono a Trastevere o al Pigneto: residenti storici che lamentano rumore e degrado notturno, un tessuto commerciale che si sposta sempre più verso la ristorazione e l’intrattenimento, un affitto che sale mentre la popolazione residente stabile diminuisce. Un testimone dei bombardamenti del ’43, tornato a vivere nel quartiere dopo decenni, lo ha descritto di recente come un luogo profondamente trasformato: da diecimila abitanti censiti si arriva ogni giorno fino a trentamila persone tra universitari e lavoratori, con servizi che non hanno mai retto il passo di quella crescita.

È la contraddizione centrale di San Lorenzo oggi: lo stesso quartiere che ha costruito la propria identità sull’essere popolare e periferico rispetto al potere è oggi uno dei più ambiti dal mercato immobiliare romano rivolto agli studenti fuori sede e ai turisti in cerca di autenticità — un’autenticità che rischia di consumarsi proprio nel momento in cui diventa merce.

Le biblioteche pubbliche, tra chiusure e resistenza

Se le librerie indipendenti raccontano la vitalità commerciale e sociale di San Lorenzo, le sue biblioteche pubbliche raccontano una storia più accidentata — fatta di conquiste, chiusure e riaperture che riflettono, ancora una volta, quella sensazione ricorrente nel quartiere di dover strappare ogni presidio culturale invece di riceverlo.

La biblioteca comunale di riferimento, oggi intitolata a Tullio De Mauro, ha una storia di spostamenti: nata nel 1979 negli spazi di un edificio scolastico di via dei Sardi, si è trasferita nel 1995 nella sede attuale dentro il parco di Villa Mercede, in un padiglione dei primi del Novecento chiamato “il Teatrino”, circondato da un giardino storico sottoposto a tutela della Sovrintendenza. È stata intitolata a De Mauro, primo presidente dell’Istituzione Biblioteche di Roma, nel 2017.

Ma è la sua sezione distaccata, il presidio dedicato ai ragazzi in via dei Sardi, ad avere avuto il percorso più tormentato: chiusa una prima volta tra il 2013 e il 2014, ristrutturata, riaperta, e richiusa ancora a inizio dell’anno scolastico 2017/2018 per carenze strutturali e mancanza di personale — al punto da spingere il consiglio del Municipio II, con il sostegno di tutte le forze politiche, ad approvare un atto per sollecitarne la riapertura, riconoscendo esplicitamente che San Lorenzo soffriva di una carenza grave di spazi culturali dedicati ai più giovani. Solo nel 2023, grazie a una collaborazione tra Municipio II e la scuola Borsi-Saffi, il Bibliopoint di via dei Sardi ha riaperto stabilmente, con laboratori di lettura e incontri con autori ed editori per bambini e ragazzi.

È un pattern che dice qualcosa di preciso su San Lorenzo: i presidi culturali del quartiere raramente arrivano dall’alto e restano acquisiti per sempre. Più spesso vengono conquistati, perduti, e riconquistati da chi nel quartiere insiste a chiederli — istituzioni comunali comprese.

Le librerie che tengono insieme le due anime del quartiere

In mezzo a questa doppia identità — popolare e universitaria, politica e commerciale — San Lorenzo ha sviluppato negli anni un ecosistema di librerie indipendenti che forse più di ogni altro elemento riesce a tenere insieme le sue contraddizioni.

Giufà Libreria Caffè, in via degli Aurunci, esiste dal 2005 con l’idea esplicita di unire i libri al piacere dell’incontro: uno spazio dove si può bere un calice di vino naturale o fare merenda tra scaffali dedicati soprattutto alla piccola e media editoria, con un’attenzione particolare a graphic novel e fumetti. È il tipo di libreria che a San Lorenzo funziona perché replica, in piccolo, la stessa logica del quartiere: cultura e convivialità nello stesso spazio, senza gerarchia tra le due cose.

A completare il quadro c’è la libreria Tomo di San Lorenzo, attiva nell’organizzare corsi, concorsi ed eventi che coinvolgono direttamente il tessuto sociale del quartiere — un altro tassello di quella rete di spazi indipendenti che a San Lorenzo, più che altrove a Roma, sembra riuscire a resistere alla pressione della rendita commerciale che altrove ha già sostituito le librerie con altro.

Non è un caso che proprio in un quartiere così denso di contraddizioni le librerie indipendenti abbiano trovato un terreno fertile: dove il tessuto sociale è già abituato a discutere, organizzarsi, incontrarsi in spazi condivisi, una libreria smette di essere solo un punto vendita e diventa naturalmente un presidio — lo stesso principio che anima la programmazione di realtà come Fogli(e) in Fiera nel resto della città, applicato qui a una scala di quartiere, senza bisogno di essere importato dall’esterno.

Un quartiere che resiste normalizzandosi solo in parte

San Lorenzo, ottant’anni dopo i bombardamenti e quasi centoventi dopo la prima Casa dei Bambini di Montessori, resta un quartiere che rifiuta di scegliere una sola identità. Non è diventato un quartiere-museo come parte del centro storico, non è stato del tutto assorbito dalla movida come altre zone della città, non ha nemmeno conservato intatta la sua originaria identità operaia. Vive tenendo insieme pezzi che altrove a Roma sarebbero già stati separati: la memoria di una ferita di guerra mai del tutto rimarginata, l’eredità di un’idea pedagogica nata qui e diventata patrimonio mondiale, un’università che porta ogni giorno trentamila persone dentro confini pensati per un decimo di quella popolazione, biblioteche pubbliche che il quartiere ha dovuto riconquistare più volte invece di darle per acquisite, un attivismo politico che non si è mai spento del tutto, e ora anche una rete di librerie indipendenti che, ciascuna a modo suo, continua a scommettere sul fatto che in questo quartiere la cultura resti ancora un motivo sufficiente per aprire una porta e restarci dentro qualche ora. È forse questo, più di ogni singolo elemento, il vero carattere di San Lorenzo: un quartiere che non ha mai smesso di doversi guadagnare, da solo, ogni singolo spazio in cui si impara, si legge, si incontra qualcuno — e che invece di risolvere le proprie contraddizioni ha imparato a conviverci, facendone, nel tempo, un’identità.

In sintesi

  • Dove: Municipio II, Roma, tra la Stazione Termini, lo scalo ferroviario e la Città Universitaria
  • Nascita: Fine Ottocento (1884–1888), quartiere operaio fuori le mura
  • Data chiave: 19 luglio 1943, primo bombardamento alleato su Roma
  • Montessori: 6 gennaio 1907, prima Casa dei Bambini in via dei Marsi 58
  • Librerie indipendenti: Giufà (via degli Aurunci), Tomo (Via degli Etruschi)
  • Biblioteche: Biblioteca Tullio De Mauro a Villa Mercede; Bibliopoint di via dei Sardi

Domande frequenti

Perché San Lorenzo fu bombardato il 19 luglio 1943?

Perché il quartiere sorge a ridosso dello scalo ferroviario merci, obiettivo del primo bombardamento alleato su Roma: le bombe destinate alle infrastrutture logistiche colpirono l’intero quartiere.

Dove nacque la prima Casa dei Bambini di Maria Montessori?

In via dei Marsi 58, a San Lorenzo, inaugurata il 6 gennaio 1907 all’interno di un progetto di riqualificazione dei caseggiati popolari del quartiere.

Quali sono le librerie indipendenti di San Lorenzo?

Le principali sono Giufà Libreria Caffè  e Tomo.

Qual è la biblioteca pubblica di San Lorenzo?

La Biblioteca Tullio De Mauro, nel parco di Villa Mercede, affiancata dal Bibliopoint di via dei Sardi dedicato a bambini e ragazzi, riaperto stabilmente nel 2023.

Perché San Lorenzo è considerato un quartiere politico?

Per la sua identità operaia originaria, la memoria del bombardamento del 1943 e una lunga tradizione di attivismo studentesco e sociale legata anche alla vicinanza con la Sapienza.